IL SILENZIO DI DIONISO

Dall’alto del suo trono Dioniso rimane in silenzio,

non dona più parole.

Come un dio se ne sta nel suo Olimpo,

come un dio ha altro a cui pensare.

Me, povera umana, terrena anima mortale,

sul vile suolo rimango ad aspettare un volere che non vuole.

Troppo ardire era il mio di poter sedere ai piedi del suo scranno.

Troppo ardire era il mio di poter avere i suoi comandi per obbedire all’inferno.

Ciò che mi porto dentro ha reso il supplizio leggero,

poiché l’oscurità ora è fitta e non vedo più il suo viso.

Scompaio anch’io nel buio e svanisco nel nulla.

Né schiava né ancella né dea al suo fianco.

Cosa sono io adesso?

Cosa posso desiderare?

Dioniso tace ed io grido di dolore.

Ferita come cerva, io, Diana, ora mi alzo in piedi.

Ora tendo l’arco e prendo la mira.

Io, Artemide, posso scoccare la mia freccia

e portare a lui il mio silenzio immortale.

A lui che di parole ne voleva poche,

a lui che mi zittiva con un gesto veloce,

a lui che un dio tra i tanti dei rimane,

poiché non si è degnato di scendere dalla cima

per raccogliere la sua devota ancella pronta per esser sacrificata.

Che sia rimorso suo, che sia ricordo fervido, l’aver sfiorato l’abisso

senza mai poterlo più possedere.

Mio padrone, davvero tutto è finito?

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