IL GIGANTE D’ARGILLA

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Aveva il fegato pieno di uova marce.

Aveva il cuore pieno di fegati purulenti.

Aveva denti splendenti ma non mordeva affatto.

Un gigante rifatto, pieno di spessore inviolabile, contraffatto.

Piedi di sabbia, cuore di sabbia, corpo di cemento ma non sferrava mai colpi.

Un gigante in mezzo ai nani.

Un gigante che non digrigna i denti perchè pensa di non aver fame.

Un samurai d’argilla, in tenuta di difesa a oltranza.

Riguardoso verso lo sguardo sperduto della fanciulla.

Occhi solitari come l’anima disgustata dal sapore della purulenta ferita.

Chi aveva ricucito lo squarcio ch’egli aveva causato?

Chi aveva dato speranze brillanti a colei che egli desiderava?

Forse era lontana l’ora del pasto.

Forse era lontana l’ora della perdizione.

La fanciulla si alimentava da sola.

La fanciulla era la padrona dell’assoluto e spostava le stelle a suo piacimento.

La fanciulla era padrona di un ottavo di cielo e lo oscurava con un colpo di ciglia.

Epiche passioni si sviluppavano dai rami più ancestrali del suo animale beffardo,

camaleontico vorace ribaldo interiore che fagocitava giovani dissapori.

la fanciulla aveva preso il nero in mano, scriveva da sola sul suo corpo,

lo sfidava, scriveva: LIBERA!

Il gigante non rispondeva.

Il gigante era sepolto nella sabbia del tempo.

Respirava ancora? I denti erano stati affilati?

Quale altro mostro sarebbe uscito dal suo cuore la prossima volta?

La fanciulla scriveva ancora sul suo petto: NON HO PAURA!

 

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