IL PIU’ FORTE

Il più forte getta uno sguardo che non ha dubbi

Il più forte guarda vicino e non ha bisogno di vedere meglio

Il più forte già muove le dita per arrivare alla tua carne.

Il più forte non è mai sorpreso delle cose che dici.

Il più forte non ha bisogno di provare, sa già cosa fare.

Il più forte non esita mai, va dritto al sodo.

Il più forte non tentenna la testa, rimane fermo.

Il più forte non ha bisogno di spiegarsi, si fa intuire.

Il più forte non ha bisogno di mostrare muscoli o strumenti di punizione,

la sua arma peggiore è se stesso.

Quando il più forte esce dall’ombra,

come un lupo nero in mezzo a quelli grigi,

si sente nell’aria un odore diverso.

Già da lontano tu capisci che è arrivato,

che lui è comparso,

che non c’è bisogno di prove e lotte varie,

è il più forte e gli altri rimangono silenziosi.

Non sono le fauci che impauriscono,

non è lo sguardo negli occhi che scansa tutti,

non sono gli artigli affilati,

non è il pelo così scuro e infernale.

Egli porta dentro di sé il cuore della sua schiava,

conquistato dalla sua mente subdola,

e questo gli dà la potenza ch egli altri non avranno mai.

Il più forte è il più vicino alla carne dei sogni

di una debole anima, i sogni che dicono: “VIENI! VIENI!”

 

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IL PULCINO NELL’UOVO

Se dovessi pensare al peggio “ tutti gli uomini sono uguali”

Sarei come quel Socrate che li voleva tutti mortali.

Ma un’azione o due non possono esser prese

per un intero modo di fare.

Per cui se un uovo si è rotto nel paniere,

tutti gli altri hanno ancora la possibilità di diventare pulcino

di far tutti insieme una bella frittata.

Quindi , se non tutti gli uomini sono uguali,

ce ne sarà uno che saprà maneggiare un fragile uovo,

con attenzione.

Penserà con affetto al pulcino che ci sta dentro,

o a tutto quello che potrebbe diventare

se non lo lasciasse cadere dalle sue mani.

E’ ben strana la sorte che affida

Le cose più fragili

a due mani così forti!

Perché dentro questo delicato guscio

c’è un pulcino che vuole vivere

e diventare grande.

Quindi stai attento, maneggia con cura,

e non lasciarmi cadere dal paniere

mentre salti da una pietra all’altra

sul fiume della vita!

 

inginocchiatA

BACI SULLA CARNE

Scrivi i tuoi baci sulla mia carne,

scrivili coi tuoi pensieri, coi tuoi desideri.

Sulla mia carne dove i segni esistono e resistono

mentre la tua passione sale.

Sul mio corpo nudo scrivi il tuo capolavoro,

con mani che carezzano il doppio ruolo.

Disegna cuori neri nel mio cuore bianco,

disegna fiori rossi sul mio fiore nero.

Apri le tue dita e scava forme in me

che possano piacerti

e possano rivelarti a me

per come sei fatto.

Io sarò fatta di te, delle tue mani

e dei tuoi desideri e di null’altro.

L’unico a poter scrivere su questa superficie

così viva e calda sarai tu usando la tua forza opposta,

e la tua anima sarà a me infusa con ogni tocco,

ogni ferita e ogni precisa carezza,

e sarò riempita solo di te, mio Signore.

IL SILENZIO DI DIONISO

Dall’alto del suo trono Dioniso rimane in silenzio,

non dona più parole.

Come un dio se ne sta nel suo Olimpo,

come un dio ha altro a cui pensare.

Me, povera umana, terrena anima mortale,

sul vile suolo rimango ad aspettare un volere che non vuole.

Troppo ardire era il mio di poter sedere ai piedi del suo scranno.

Troppo ardire era il mio di poter avere i suoi comandi per obbedire all’inferno.

Ciò che mi porto dentro ha reso il supplizio leggero,

poiché l’oscurità ora è fitta e non vedo più il suo viso.

Scompaio anch’io nel buio e svanisco nel nulla.

Né schiava né ancella né dea al suo fianco.

Cosa sono io adesso?

Cosa posso desiderare?

Dioniso tace ed io grido di dolore.

Ferita come cerva, io, Diana, ora mi alzo in piedi.

Ora tendo l’arco e prendo la mira.

Io, Artemide, posso scoccare la mia freccia

e portare a lui il mio silenzio immortale.

A lui che di parole ne voleva poche,

a lui che mi zittiva con un gesto veloce,

a lui che un dio tra i tanti dei rimane,

poiché non si è degnato di scendere dalla cima

per raccogliere la sua devota ancella pronta per esser sacrificata.

Che sia rimorso suo, che sia ricordo fervido, l’aver sfiorato l’abisso

senza mai poterlo più possedere.

Mio padrone, davvero tutto è finito?

LA ROSA BIANCA COS’E’ DIVENTATA?

La rosa bianca è sbiadita, si è annerita,

sembra diventata ghiaccio nero.

La rosa bianca è sbiadita, erosa dal dolore,

è diventata di marmo inodore.

Singolare mistura di odio e amore.

Singolare miscuglio di amore e perversione.

La rosa non è stata colta.

La rosa è morta, nera, sbriciolata al sole.

Le spine l’hanno ricoperta tutta.

Le spine erano il suo cuore.

Lo stelo di è prosciugato,

la linfa si è avvelenata:

lo stelo era un filo di legame con la vita,

la linfa era il respiro dell’anima.

La rosa dice ancora: DIVIDI ET IMPERAMI!

Ma il suo grido rimane inascoltato e cade sul terreno.

Guarda la rosa adesso com’è diventata!

Guarda cosa le fanno le spine che non hai stretto nella tua mano!

Un grumo nero, una goccia di lava rappresa, una roccia nera di fuoco solidificato.

Per te era questo fiore prezioso, per te solo,

e l’hai lasciato morire sotto il sole cocente.

La rosa si è sbriciolata, si è solidificata, sublimata.

Ora è pietra dura, pietra di carbonio e si sfaccetta da sola

e brillerà presto come un diamante.

ADDIO

Mi lavo col fuoco

Avevo uscito una punta di iceberg

Avevo svelato un ghiaccio sepolto

Ora mi lavo col fuoco

Il mio spirito dannato ha avuto la meglio

Il mio spirito dannato allontana ogni altro spirito.

Mi piego al vento avverso, mi piego allo spirito diverso,

ma non mi piego al mio demone.

Ho perso un gioco prima di iniziare la mossa.

Una farfalla che non ha avuto nemmeno la possibilità di aprire le ali,

le natiche, il cuore e la mente.

Subissata dalla propria maledizione.

Dannata dalla prima all’ultima cellula.

Il mio demone interiore ride soddisfatto, ha avuto la meglio,

è riuscito a far dileguare il primo e unico dominatore.

Il mio spirito ribelle ha detto le parole giuste,

il mio spirito ribelle ha scritto le parole esatte,

ogni fuga era stata già stabilita.

Il mio spettro prevale e si piglia il merito di non esser stato piegato dal giogo.

Qui giace ancora libero e le catene non lo sfiorano.

Qui giaccio libera e solo mia.

Invano il richiamo ho gridato.

Invano il tuo nome ho pregato.

Eccomi tra le acque gelide del fato che mi porta via alle sue mani.

Padrone, dove sei? Padrone perché non mi vuoi?

Era questo rifiuto che voleva la mia ragione,

era questo tributo che voleva il mio carnefice interiore:

che rimanessi inviolata e sicura dentro la mia gabbia.

Perché fuggi dalla mia anima?

Perché fuggi dalla mia vita?

Era questo che il mio spirito voleva!

Era questo che il mio spirito pretendeva!

Perché non l’hai piegato al tuo volere?

Il treno passa, le fermate sono poche,….

Io sventolo un fazzoletto e parto, tu dove sei?

Una occasione così capita una sola volta nella vita

e tu, ahimè,  l’hai persa.

Addio mio signore, il mio spettro ha vinto la partita.

LINGUA RITORTA

Scende un’altra sera.

Scende un’altra notte.

Scende un’altra morte.

Scende un’altra sorte.

Scende un’altra dose sonora

e in silenzio rimango ferma.

Le mani poste immobili sul tavolo

senza poter dire sono qui.

Rimango ferma, piedi stretti,

braccia immobili

dopo aver subito altro dolore.

Nessuna cosa è semplice,

nessuna cosa è complicata,

aspettare senza smuoversi di un millimetro.

Aspettare senza spostare il buio di un centimetro.

Così vicini saremo mai, come la fine e l’inizio del cielo?

Ogni apertura richiede una chiusura.

Ogni parola richiede un silenzio.

Ogni pausa richiede una corsa contro il tempo.

Apro la bocca, chiedo, ma non ho responso.

Come una sibilla mi tocca vaticinare da sola.

Scrutare i miei sogni e non poter vedere nei tuoi.

Mio Signore, questa sofisticata scena non era prevista,

questa pausa tra le righe del pentagramma,

che si insinua come uno spazio che apre nuove sinfonie.

Se tu potessi ascoltare il suono della mia bocca!

Se tu potessi entrare nella mia bocca e metterci la tua lingua ritorta!