IL CARCERIERE MATERNO

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Tornite culle di cemento dove il pianto risiede come seconda voce.

Hai una madre che ti atterra e detiene nella morsa il cuore.

Carceriere del tuo amore, incroci sbarre dentro di te.

Non hai nemmeno il minimo sospetto di poter esser vittima

di quello strazio di possesso filiale che alberga nel cuore

di quelle deboli foglie che abbisognano di una pianta

alla quale attaccarsi per non volar via.

Culle dorate, dove i pargoli ascoltano nel nenie,

dove l’unico cibo è la materna ossessione,

che detiene le fila della ragione fittizia.

Stravolgimenti non sono possibili

quando il ricordo di quel volto rimane impresso

nel petto di te, suo prigioniero, che annaspa

per divenire il mio.

Ogni delicata accortezza fatta sembra lama.

Ogni delizioso boccone sembra veleno.

E infine la chiave rimane nella serratura

e tu stesso non apri per paura di doverla abbandonare

quella madre che ti lega ancora.

Ma due donne non si possono tenere

dentro lo stesso arido cuore.