SENZA PELI SULLA LINGUA

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Afferrato il toro per le corna. Afferrato il cervello per l’amigdala. Un servitore di credenze occulte non è utile per magiche orchestrazioni. Un mantello notturno non nasconde un volto deturpato dal peccato. Rimanevi senza fiato per giorni e notti di pungenti elucubrazioni. Non avevo il fiato, non avevo il respiro ma dicevo lo stesso che ti avrei scuoiato la testa, preso i capelli e avuto il mio souvenir privato. Furibonde le mie oscene cavalcate, erano piovute dal cielo le immonde tempeste del mio secolare demone e tu eri la preda vittima di questo trasecolare gioioso.

Privato del tuo scettro, divenuto mio orpello, accettavi la tua sentenza, nessuna rimostranza, nessun pronto diniego quando leccavi la tua sostanza dalle mie mani. Non era il tuo cibo favorito, e lo sapevo, ma eri più sugoso di un gelato sciolto dal caldo. fremevi per le punture interiori, fremevi per le notti in bianco, insonne, non potevi sognare che me, non potevi ossessionarti che col mio odore.

Non avevo scelto, dovevo sforzarti. Non avevo scelta, dovevo sfondare la tua morte. La tua coriacea pelle rigettava gli spilli del mio dominio. La tua stessa materia sapeva che io ero corrosiva. Non avevi speranza. Non ne hai mai avuta. Io giacevo sopra di te, ti tessevo come bozzolo, ti appuntavo le ali come un cherubino, poi ti spappolavo il cuore. Non avevo scelta. Dovevo violarti. Non avevo scelta dovevo donarti una dea che potesse spararti in corpo mille felicità al secondo.

 

IL MIDOLLO ESISTENZIALE

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Ragguardevole vanto di avermi succhiato il midollo esistenziale. Concessione unica data al tuo spirito temerario.

Di quei limiti imposti dall’intollerabile calore che ci pervadeva abbiamo cancellato ogni confine. Sulla pelle, eri sulla pelle prima di

tutto e ti accorgevi di voler anche la carne che ci stava sotto. Ungevi le curve come se dovessi girarci sopra per scrivere con la tua

saliva e devoto, sei così devoto! Quel succo che mescolasti alla tua saliva suggella l’unione tra il mio inferno e la tua ribellione.

Non mi discostai quando apristi le tue labbra per non parlare ma per accogliere il mio immondo dolcissimo piacere.

Avevamo fame, avevamo sete ma tu per primo giungesti alla fonte di quel mondo che tenevo nascosto così bene. Tu per primo

avesti l’ordine di portare a termine quel compito senza che io lo avessi nemmeno richiesto. La sorpresa di quel primo gesto.

La sorpresa di saperti ancora così vicino al mio pozzo ghiandolare mi rende fiera di te, mio schiavo.

Il tuo premio per quell’avido succhiare non lo conosci ancora ma sarà disegnato su quella stessa schiena che hai graffiato per

rimanere libero, ben sapendo che prigionieri ormai siamo l’uno dell’altro e quel succo era il settimo sigillo dell’amore.

IL DIO DEI MAYA E LA FARFALLA INDIANA

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Silenzioso l’odore sgusciò tra le vesti e si mischiò col sapore del cielo. Lei sorrideva timida perchè non sapeva che lui era il dio dei maya. Le sue piume la confondevano. I suoi occhi la mettevano così in imbarazzo. Poi nel silenzio del giorno l’anima divenne sera e allora lui la sfiorò perchè era scritto che una farfalla dovesse diventare dea.

Misterioso il canto che piume e polvere mischiate fanno tra due corpi di diverse forze. Misterioso quel destino che avvicina due potenze magneticamente opposte. Così giunsero a non dirsi alcuna parola, perchè gli occhi soltanto parlavan di loro e della loro essenza.

La ricerca era durata anni, e il giro del mondo non era bastato per arrivare a quella fonte dove tutto converge e dove il cuore emerge dagli oceani esistenziali. Lui avvicinò una mano ma non aveva paura di sbriciolare le ali della farfalla. Lui voleva toccare la sua vita. Lui voleva sentire il volo delle sue ali.

Il dio dei maya la guardò come si guarda un fiore raro, trovato in mezzo ai cactus. Lei sorrideva ancora. Poi chiuse gli occhi e disse solo una parola: “sì”.

Il dio dei maya allora fece divampare il fuoco e ogni altra cosa intorno a loro scomparve del tutto.

IN GINOCCHIO NEL FANGO

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Lui si inginocchiò nel fango, umido, molle, sporcandosi tutti i pantaloni, per allacciare una delle sue scrpe rosse da strega.

Lui non aveva esitato un attimo per dimostrarle che non gli importava del fango, della pioggia e di nessun’altra cosa al mondo perché in quel momento era tale il battere de suo cuore per Lei, la sua regina, la sua unica ragione di vita, che nessun’altra cosa al mondo esisteva.

Lui si rialzò ma subito lei lo ammonì e gli disse di rimanere lì dov’era, nel fango. Anche il cuore della regina batteva e vederlo a capo chino, mentre l’acqua del suolo gli penetrava nella stoffa dei pantaloni, la fece sentire così soddisfatta, così potente che lo lasciò in quella posizione per una buona mezz’ora.

Poi lei, che era una regina clemente, gli mise la mano sul capo, su quei capelli inzuppati e incollati dalla pioggia e gli disse: “Alzati adesso e siediti accanto a me.”

Lui non credeva alle sue orecchie. Ma la sua regina gli aveva concesso un posto al suo fianco. Ma in quel momento egli all’improvviso si sentì il cuore scoppiare di gioia e capì di essere l’uomo più fortunato del mondo.

Perché lei, la sua regina, lo voleva proprio accanto a sé, nella sua vita, vicino al suo cuore. da quel momento capì d’aver perso se stesso completamente e che nulla sarebbe stato più lo stesso. Si sedette e finalmente dai suoi occhi scese una timida lacrima ed egli si stupì perché in vita sua non aveva mai pianto.

Lei, la regina, sorrideva e guardava la pioggia cadere.

Quando lui fu seduto accanto a lei, e lei capì che lui stava finalmente piangendo, lei gli prese la mano e rimase in silenzio.

 

 

ANIMA MIA RIBELLE

ANIMA

O anima mia ribelle,

quale pelle hai vestito finora?

Quale pelle ti ha rigenerato?

Il latex non ha ancora l’odore del tuo corpo immortale.

O anima mia ribelle,

quale altra pelle vorresti indossare?

Quale altro animale vorresti essere

per fuggire al predatore?

O anima mia ribelle

la scelta non è mai ovvia,

e si schiude un uovo

per ciò che dentro si può sbranare.

Palpitazioni che non siano indolori

non ne conosciamo e dunque peggiore

è la sorte di chi ti ha questa illusione

di poterti domare.

O mia ancella diletta,

tu mia protetta, tu sola guida di me

e della mia mente, tu sola gemella

che non mostra mai la sua ombra,

dì ancora un sì, e sarà l’ultima volta.

DUE MONDI SCONOSCIUTI

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Lei lo guarda, si chiede cosa abbia in testa di farle fare adesso.

Lui la guarda, si chiede se lei abbia capito quanti guai ci sono nella sua vita.

Lei lo guarda e aspetta che lui si decida a darle ciò che lei desidera.

Lui la guarda e sta pensando a cosa lo aspetta appena tornerà a casa.

Lei lo guarda e si chiede se lui sia veramente attratto da lei.

Lui la guarda e si chiede se lei stia pensando solo a lui e non ad un altro.

Lei lo guarda e si chiede se lo conosce davvero.

Lui la guarda e vede negli occhi di lei così tanto abbandono che quasi si sente da meno.

Lei lo guarda e sa che potrebbe fare di tutto, anche cose impensabili per lui.

Lui la guarda e non sa cosa dire alla moglie come scusa per la sua assenza del pomeriggio.

Lei lo guarda e immagina di poter essere sua ogni giorno.

Lui la guarda e si chiede perché il destino non gli abbia fatto incontrare lei prima di quella che ha sposato.

Lei lo guarda e si chiede se lui la vorrà ancora come schiava.

Lui la guarda e si chiede se sua moglie non abbia già capito qualcosa.

Lei lo guarda e sospira, aspetta ancora quel gesto, aspetta la sua forza.

Lui la guarda, sa che vuole farle molto male, sa che ha bisogno di lei e questo gli dà un peso al cuore.

Lei lo guarda, vuole liberarlo di quel peso, lei è pronta a subire, a sentire tutto il dolore necessario.

Lui la guarda e sferra il primo colpo.

Lei quasi viene per l’eccitazione.

Lui non si ferma, continua.

Lei ansima e non capisce più chi lei sia e cosa le succede e questa sensazione le piace moltissimo.

Lui continua e sente crescere l’eccitazione.

Lei sembra gemere e singhiozzare allo stesso tempo.

Lui si ferma e la guarda e pensa:

lei è così bella con quel viso così sconvolto dal dolore, sembra una bimba smarrita.

Lui lo guarda e sussurra: grazie Padrone.

L’OMBRA

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Da qualche parte nel muro,

respira senza interruzione

l’ombra della mia perversione

e non si sa quanti giorni di vita

avrà ancora.

Quel viso sconosciuto

che non ha ancora avuto

una connotazione nota,

quello sguardo perfido e astuto

che mi segue da quando sono nata,

ancora non ha corpo e forse non esiste.

Il mostro che resiste nel mio stomaco,

il mostro che ingoia la mia ragione

non riesce a distruggere il mio cuore,

ed è per questo che io resisterò ed esisterò ancora,

oltre quella morte che mi perseguita in ogni ora,

e che sconfiggo baciando l’Orco con tutto il mio amore.

Ombra, io sono più forte di te!

Tu sei solo una macchia nella mia anima

ed io, anche se tua prigioniera, io vedo in me una schiava

e tu non mi impedirai di potermi liberare

grazie al potere del mio Padrone.

Ombra tu scomparirai presto,

perchè nel mio letto io adesso vedo

quel prato dove raccoglievo margherite

prima che tu diventassi reale e mi distruggessi l’infanzia.

Ombra tu stai per sparire,

io l’ho desiderato e tu non avrai più forza

nè dentro di me nè su di me.

Io andrò a vedere la morte,

io poterò le mie carezze

a colui che mi ha dato dolore,

io porterò amore a colui

che ha ucciso il mio sorriso.