THE COLD MASTER

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La presunta freddezza di un Master, il suo distacco, la lontananza emotiva sono delle caratteristiche peculiari di un buon Padrone o sono delle mosse progettate per rendere la slave più bisognosa?

Ovviamente una donna vanilla non resisterà molto tempo aspettando dei gesti di affetto romantico e subito andrà a cercare altrove ciò di cui necessita.

Ma una slave, degna di questo nome, non cerca affetto dal suo Signore ma è appunto quel distacco, che le dona quel dolore di cui necessita per esistere e per sentirsi devota totalmente a colui che è capace di simile stato mentale, che ella ricerca ossessivamente.

Un Master insicuro o sempre riscaldato dai propri desideri diventa facile preda di se stesso e vittima di quei desideri che lo sballottolano tra le mani di presunte donzelle che vogliono fare le schiave.

Ma non si diventa schiave di una persona, semmai si può essere schiave di una volontà che non è la propria.

Questa sottile differenza spesso le slaves in cerca di principe sadico o marito Master non la colgono e dunque hanno un’idea molto distorta di ciò che è un Master.

Un Master non è il principe azzurro, dolce, affettuoso e soccorritore. Non è qualcuno a cui appoggiarsi perchè si è bisognose d’amore o di sesso.

Un Master, che sia degno di questo nome, avrà la sua freddezza come simbolo della stabilità della sua forte mente e volontà.

Così come una pietra non si fa spostare dal vento, allo stesso modo un Padrone sarà fermo, immobile e deciso nel suo essere dominatore.

Quindi la sua freddezza e il suo distacco sono parte di quel dominio che non ha vacillamenti.

Se non fosse così allora non si tratterebbe di un Master ma di un qualsissi uomo che sa donare amore ma che non sa cosa sia elargire sofferenza.

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TENTACULARIA

 

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I tentacoli della memoria aprono i cancelli di quel dolore attorcigliato alle braccia dell’amore.

Sembra che tutto diventi acqua passata ma invece si continua ad annegare ancora.

O mio diletto oggetto privilegiato, a nulla ti servirà rimaner vanesio.

Poichè un’orchidea oscura la formica che s’arrampica per arrivare al cuore della Sovrana.

Non c’è recondito ricordo di colui che ha strisciato meglio ma tutti insieme solo una legione di viscidi e inutili vermi sono!

E i tentacoli si allungheranno ancora verso i pensieri di una mente contorta che non sa uscire da se stessa dal nido in cui è stata messa.

CRIMINI SENTIMENTALI

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Sfilacci di carne malata.

Sfilacci di amore malato.

Sfilacci di sudore rappreso, teso da filo a filo

sul sedile del dolore.

Sfilacci setosi di miele nero.

Sfilacci di sordide vele che non salpano.

Un viaggio nel crimine peggiore che dona la sua vittima.

Sanguinosa sorgente di rossa disperazione, l’amore.

Sanguinosa insorgenza di strettorie venose

che attaccano il cuore stesso e lo uccidono.

Restrizioni malefiche indiovenose,

maledizione emotiva di una ferita infantile.

Due lancette conficcate a dovere

sulla sintesi del tempo disperso,

due lancette conficcate a cuore aperto.

Ogni arma rimane sporca,

ogni arma è ritorta all’uccisore,

poichè chi uccide l’amore

non salva mai se stesso.

IL PRIGIONIERO E LA FARFALLA

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Un semplice piccolo insetto colorato.

Un giorno qualunque, sole, vento, aria e dannazione.

Una farfalla si posa dove non c’è mai stato colore.

Un semplice insetto, nessun pungiglione,

solo ali e antenne, proboscide per succhiare,

piccoli occhi per vedere.

Il prigioniero allunga la mano,

vuole toccare, vuole sentire.

La farfalla ha due ali leggere, vibranti,

ed un corpo zuccheroso che sporca le dita del prigioniero.

Lui si avvicina di più, vuole stringere,

vuole possedere, ma le ali sono leggere,

impalpabili e si sgretolano subito.

La mano del prigioniero diventa pugno,

la vuole colpire, perchè non si ferma,

non si lascia tenere tra le dita,

la farfalla vuole volare via.

Il prigioniero si accanisce,

ne fa una ragione di vita o di morte,

non vuole lasciarla andar via,

deve trattenerla.

Così stringendo ancora

le toglie le ali e la vita.

FLAGELLUM

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La soave fanciulla è fiore e colore di giorno,

e mostro e megera di notte.

La soave fanciulla porta l’ombra dentro di sè,

e non riesce a liberarsene.

Un segreto martirio flagella il suo cuore

e ogni notte ricerca la via di fuga.

La soave fanciulla si perde dentro i suoi incubi,

e diviene spettatore di una vita non sua.

Perchè ogni suo gesto è subito incompreso?

Perchè ogni suo volere è motivo di disperazione?

La fanciulla porta nel suo cuore l’amore

ma ogni cosa è adombrata dal suo mostro interiore.

La fanciulla ha come una maledizione,

è fiore di giorno e buio di notte.

Dei colpi che da sola infligge al suo amore

nessuno sente il brivido infelice.

Dei ritorti meandri del suo misterioso volto

solo una mano ha sfiorato le sue guance.

Ignari son tutti di quel viaggio

che la porta nell’orribile mondo di sotto.

Ignaro persino colui che di più di tutti

le procura involontario dolore.

La fanciulla soave di giorno porta una corona di fiori

ma di notte di spine si riempie la mente

e i sogni fuggono dalle lenzuola intrecciate.

Una via crucis disegnata sul suo petto

da due mani invisibili che la cercano,

ed ella si addormenta di nuovo.

 

IL MIDOLLO ESISTENZIALE

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Ragguardevole vanto di avermi succhiato il midollo esistenziale. Concessione unica data al tuo spirito temerario.

Di quei limiti imposti dall’intollerabile calore che ci pervadeva abbiamo cancellato ogni confine. Sulla pelle, eri sulla pelle prima di

tutto e ti accorgevi di voler anche la carne che ci stava sotto. Ungevi le curve come se dovessi girarci sopra per scrivere con la tua

saliva e devoto, sei così devoto! Quel succo che mescolasti alla tua saliva suggella l’unione tra il mio inferno e la tua ribellione.

Non mi discostai quando apristi le tue labbra per non parlare ma per accogliere il mio immondo dolcissimo piacere.

Avevamo fame, avevamo sete ma tu per primo giungesti alla fonte di quel mondo che tenevo nascosto così bene. Tu per primo

avesti l’ordine di portare a termine quel compito senza che io lo avessi nemmeno richiesto. La sorpresa di quel primo gesto.

La sorpresa di saperti ancora così vicino al mio pozzo ghiandolare mi rende fiera di te, mio schiavo.

Il tuo premio per quell’avido succhiare non lo conosci ancora ma sarà disegnato su quella stessa schiena che hai graffiato per

rimanere libero, ben sapendo che prigionieri ormai siamo l’uno dell’altro e quel succo era il settimo sigillo dell’amore.

LA PIOVRA MATRIGNA

PIOVRA

Deboli impuberi volontà

s’avvinghiano ai cordoni ombelicali

della piovra matrigna.

Deboli spiriti in cerca di catene

s’imprigionano da soli alle vecchie sedie di casa.

Macinadesideri stritolano gole mute

che invocano inutilmente il suo nome.

La Dama Nera non ha più voglia.

La Diana Nera non ha più dita.

Infime passioni non scuotono la sua vita.

Solo l’amore merita la sua totale attenzione.

Orde di figliastri, rimasti orfani,

allungano le radici nella nebbia della sua veste mattutina,

putrefatti e sudati dai sogni notturni.

Ma la Dama Nera siede in giardino

e aspetta un solo medievale pellegrino.

L’amore occupa lo spazio delle piante

ch’ella annaffia ogni giorno col suo spirito mentale.

L’unico sentimento percepito è quel legame,

a lungo cercato e ora consapevole di esistere nel suo cuore.

Non importa quanto lontani da sé si vada,

non importa quanto ci si trovi distanti dal proprio scopo.

Spunta il giorno, cade la notte,

la Dama siede nel suo giardino di rose.

Non muove le labbra, non muove il naso,

immobile osserva l’aria, ferma rimane

e coglie le sue rose.

La Dama Nera non pensa ad altro,

non desidera null’altro da nessuno,

nel giardino ella rimane come statua,

piantata dentro se stessa.

Uomini larva sono solo un ricordo,

essi sostano ancora sull’altra riva,

là dove il fiume scorre ancora veloce.

Ma la Dama Nera ormai è alla foce,

ha fermato l’acqua e immobile guarda

l’altra riva dove s’affollano le anime vuote.

Non muove un passo, non muove una mano,

ella immobile aspetta il suo unico amore umano.

Nessun altro desiderio avvolge la sua mente,

ella solo l’aria annusa e sente.

L’amore di quella sublime essenza

che non ha bisogno di corpi riuniti

né di carne sul fuoco della bocca.

La Dama Nera siede nel suo giardino di rose.

Nulla smuove la piovra matrigna

e gli uomini sono tutti larve in putrefazione

su quella riva dove si consuma il sesso di una prima lezione.

Quegli occhi di morte ella non vede più,

ma guarda quei fiori che crescono dentro di lei,

e ferma rimane ad attendere il suo prescelto.

Angeli dannati a cui è data solo un’altra dannazione

cercano invano il sole verso il suo viso.

Ma la Diana Nera ha messo un diverso agnello sull’altare

e lo sacrifica a Pan, suo unico padre.

La Dama Nera osserva la tempesta

rimanendo fuori dal ciclone

e commiserazione ha per quelle anime in pena

che cercano ancora la sua dominazione.

Le rose hanno diversi colori,

la Dama Nera guarda la sua strada,

conosce già il suo futuro

e non muoverà un piede

per andargli incontro.