TENTACULARIA

 

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I tentacoli della memoria aprono i cancelli di quel dolore attorcigliato alle braccia dell’amore.

Sembra che tutto diventi acqua passata ma invece si continua ad annegare ancora.

O mio diletto oggetto privilegiato, a nulla ti servirà rimaner vanesio.

Poichè un’orchidea oscura la formica che s’arrampica per arrivare al cuore della Sovrana.

Non c’è recondito ricordo di colui che ha strisciato meglio ma tutti insieme solo una legione di viscidi e inutili vermi sono!

E i tentacoli si allungheranno ancora verso i pensieri di una mente contorta che non sa uscire da se stessa dal nido in cui è stata messa.

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IL CARNEFICE ENIGMATICO

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Un punto interrogativo cablato dentro il nucleo mentale

Abbottonato risente di lame fugaci che addentano il cuore.

Quale rebus mostra il suo sorriso?

Quale enigma dimostra la sua cangiante personalità?

Rivolto ad un passato espropriato dalla sua fonte.

Riscritto dentro la vagina dentale.

Come stregone verde, piagnucoloso,

dalle verdi lacrime gelate.

Ammazzare la colpa della morte,

ammazzare il desiderio contorto della ragione,

è un modo di poterti evitare.

Il disegno di un bianco coniglio sulla mano

dove bruca il tuo verme pineale,

dove la tua urgenza di far del male

rimane escrescenza e segno sulla fronte distesa.

Ogni possibilità tagliata col rasoio

su quel torace che sfida ogni volo con tenacia

ma rimane a terra quando il vento cala.

 

CRIMINI SENTIMENTALI

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Sfilacci di carne malata.

Sfilacci di amore malato.

Sfilacci di sudore rappreso, teso da filo a filo

sul sedile del dolore.

Sfilacci setosi di miele nero.

Sfilacci di sordide vele che non salpano.

Un viaggio nel crimine peggiore che dona la sua vittima.

Sanguinosa sorgente di rossa disperazione, l’amore.

Sanguinosa insorgenza di strettorie venose

che attaccano il cuore stesso e lo uccidono.

Restrizioni malefiche indiovenose,

maledizione emotiva di una ferita infantile.

Due lancette conficcate a dovere

sulla sintesi del tempo disperso,

due lancette conficcate a cuore aperto.

Ogni arma rimane sporca,

ogni arma è ritorta all’uccisore,

poichè chi uccide l’amore

non salva mai se stesso.

SENZA PELI SULLA LINGUA

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Afferrato il toro per le corna. Afferrato il cervello per l’amigdala. Un servitore di credenze occulte non è utile per magiche orchestrazioni. Un mantello notturno non nasconde un volto deturpato dal peccato. Rimanevi senza fiato per giorni e notti di pungenti elucubrazioni. Non avevo il fiato, non avevo il respiro ma dicevo lo stesso che ti avrei scuoiato la testa, preso i capelli e avuto il mio souvenir privato. Furibonde le mie oscene cavalcate, erano piovute dal cielo le immonde tempeste del mio secolare demone e tu eri la preda vittima di questo trasecolare gioioso.

Privato del tuo scettro, divenuto mio orpello, accettavi la tua sentenza, nessuna rimostranza, nessun pronto diniego quando leccavi la tua sostanza dalle mie mani. Non era il tuo cibo favorito, e lo sapevo, ma eri più sugoso di un gelato sciolto dal caldo. fremevi per le punture interiori, fremevi per le notti in bianco, insonne, non potevi sognare che me, non potevi ossessionarti che col mio odore.

Non avevo scelto, dovevo sforzarti. Non avevo scelta, dovevo sfondare la tua morte. La tua coriacea pelle rigettava gli spilli del mio dominio. La tua stessa materia sapeva che io ero corrosiva. Non avevi speranza. Non ne hai mai avuta. Io giacevo sopra di te, ti tessevo come bozzolo, ti appuntavo le ali come un cherubino, poi ti spappolavo il cuore. Non avevo scelta. Dovevo violarti. Non avevo scelta dovevo donarti una dea che potesse spararti in corpo mille felicità al secondo.

 

IL DEMONE DELLA LUSSURIA

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Accesso spietato ai miei neuroni assediati.

Accesso spietato al mio debole virgineo solco deflorato.

Accesso a tutto quello che non è ancora tuo.

Ridendo come una lingua di serpente ritortami contro.

ridendo come un demone che sa bene le cause del misfatto

ti avvicini sempre silenzioso e prendi quello che ti spetta.

Il mio cervello infetto.

Il mio cervello infettato dai tuoi neuroni.

Assatanato da una immeritevole voglia di sedurre la mia ragione.

Cosa sei?

Cosa mi fai?

Riportami indietro.

Il luogo della mia strage è rimasto intatto.

Ogni goccia di pioggia è rimasta sulla tua lingua.

Ogni goccia della mia anima lecchi via come se fosse pura.

Strisciami addosso la tua lordura e rigenerami.

PREGHIERA PER IL MONSTER

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Ricorda Signore, la mia carne non ha mai visto il limite.

Ti prego fai piano, sii misericordioso, dosa la giusta dose.

Non affilare le unghie per aprirmi la mente

hai affilato già il rigoroso silenzio tra le porte d’entrata ed uscita.

Ricorda, non so ancora chi sono per te.

Lascia che preghi la mia ultima preghiera.

E’ giunta l’ora estrema e mi dolgo di esser così debole,

come una piuma che verrà fritta nell’olio caldo.

Non ti conosco ma non fermare la tua mano quando mi vorrai.

Stringerò i denti, sarò perfettamente obbediente e saprò pregare a terra,

sotto il tuo piede irruente.

Non mi sforzerò nemmeno di chiederti il permesso

per seppellire quell’amore che non mi hai mai concesso,

e tra le mie mani lo terrò stretto

quando infilzerai il tuo pugnale dritto nel mio petto.

Non ho paura Signore, di finire il mio destino,

senza fiato e senza nome quando pronuncerò il tuo.

Finiscimi subito però perchè potrei guardarmi indietro

e scappare dal tuo feroce amore.

LE FERITE DEL GHIACCIO

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Brecce, serracchi, fessure, fratture, ferite in quel ghiaccio eterno

dove io dormo senza dormire.

Appaiono ogni tanto ombre,

ma rimangono ombre soltanto.

Il freddo grida nel vento,

la mia carne gela senza il calore

di quella mano che diceva di regnare su di me.

Gli occhi non vengono bendati e vedono tutto.

Le mani non vengono legate e fanno tante cose.

Il cuore non viene sedato e scorre via nella sera.

Anima pesante in una veste leggera,

che muove i passi per danzare una danza di ombre.

Gli uomini sono ombre, rimangono sul muro,

non toccano mai il pavimento

per unire i loro passi ai miei.

Uomini inconsistenti, inermi, fraudolenti.

Quel ballo che le notti agognano

diventa solo agonia per me.

Ma cosa aspettarsi da miseri esseri

che non sanno sentire altro che bisogni fisici?

Cosa aspettarsi da lemuli dalle corazze ben definite

e dai fremiti invisibili che non fanno altro che nascondersi

nella sabbia delle loro misere vite?

Quanti cadono nella fossa

prima ancora di attraversare il ponte!

E quanti rimangono nello stagno

in cui hanno cresciuto così bene

le loro infime passioni

e vengono a supplicarmi di legarli

col filo e col dolore!

Non sono degni nemmeno

del nome che cercano di darsi:

schiavo è solo colui che non sa di esserlo!