IL CARCERIERE MATERNO

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Tornite culle di cemento dove il pianto risiede come seconda voce.

Hai una madre che ti atterra e detiene nella morsa il cuore.

Carceriere del tuo amore, incroci sbarre dentro di te.

Non hai nemmeno il minimo sospetto di poter esser vittima

di quello strazio di possesso filiale che alberga nel cuore

di quelle deboli foglie che abbisognano di una pianta

alla quale attaccarsi per non volar via.

Culle dorate, dove i pargoli ascoltano nel nenie,

dove l’unico cibo è la materna ossessione,

che detiene le fila della ragione fittizia.

Stravolgimenti non sono possibili

quando il ricordo di quel volto rimane impresso

nel petto di te, suo prigioniero, che annaspa

per divenire il mio.

Ogni delicata accortezza fatta sembra lama.

Ogni delizioso boccone sembra veleno.

E infine la chiave rimane nella serratura

e tu stesso non apri per paura di doverla abbandonare

quella madre che ti lega ancora.

Ma due donne non si possono tenere

dentro lo stesso arido cuore.

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NEL LABIRINTO

leliaburroniL'UOMO-LABIRINTO

 

Nel labirinto, nel labirinto

si entra da una porta senza serratura,

ci si trova dentro a proprio piacimento.

Nel labirinto, nel labirinto

si trova una dama che non si vede ancora,

si trova una strana creatura,

talvolta donna, Arianna,

e talvolta Minotauro.

Nel labirinto, cosa cerca Teseo?

Quel filo che entra ed esce

dalle stanze della mente

è una fila di numeri primi

che s’inseguono come radici di scale

che scendono e salgono nel cuore.

O Teseo, tu che sei il Minotauro,

sciogli quel filo che porta all’unica incognita

che ancora non conosciamo.

Sciogli quel filo che non lega gli spazi

al di là e al di qua dal mare.

Su due isola noi viviamo:

la tua è Terra e la mia è prigione.

Non si vedono sbarre nel labirinto

ma esse ci sono, e s’incrociano

nella mia ragione.

O Minotauro, tu che sei mostro umano,

quale diagonale potrà unire le nostre anime lontane?

Nel labirinto, nel labirinto

c’è una dama oscura che non ha paura,

nella fanciulla un cuore di mostro rimane a vigilare,

e l’entrata dei solchi rocciosi

sembra così verdeggiante

eppure è buia la strada

che non porta a nessuna uscita.

DAMMI LA PRIGIONE

La prigione che si sta stringendo

dentro la mia carne,

è così dolorosa,

così inattesa

da non poterla combattere.

Non si può combattere

il proprio bisogno di soffrire,

non si può non finire a terra,

per dimostrare amore.

Rompere la mia abitudine

alla sofferenza per trovare una nuova ragione

di poter avere questa situazione animale.

Una parte di me si sta stendendo

sotto al gelo di quell’essere rabbioso

di cui temo il sincero desiderio

di volermi rivoltare da ogni parte.

Sto rompendo l’abitudine

a farmi del male da sola,

mi rimetto alle mani di un altro,

così da poter avere la ragione

per lacrimare ancora nel buio.

Non sono più confusa,

vedo com’è chiaro il dolore

che sento dentro questo errore

di volermi sottrarre al mio essere

preso nella sua prigione carnale.