BENDATA

Cose che non voglio vedere, cose che non voglio sentire,

ignorata dal buio e sfiorata dalla visione di un desiderio spento.

Chiusi gli occhi, posate le pupille, chiuso il cuore,

dimenticato ogni sospiro, perchè non ingerisco lacrime d’amaro veleno?

Perchè non sacrifico il fiore del silenzio al rumore della lussuria?

Non gradisco.

Non concepisco.

Non odo nessun suono di gemiti felici, di carezze infinite.

Non vedo, non sento.

Il bacio del chiasso ha lasciato l’uscio aperto ma non è entrato nessuno.

Io non permetto a nessuno di calpestare il mondo che ho costruito.

Ecco il recinto, il cancello, il limite dei miei occhi è quello.

Bendata  come una lumaca cieca, non si vede nulla.

Non si ode nessuno.

Ed è una sensazione spasmodica e piovosa.

E la benda non è nera ma di candido cotone.

( copyright della poesia di Amleta Bloom)

( immagine: giovane bendata di John Divano)

 

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IL DOLORE TENTACOLARE

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Spasmi allo stomaco e nausea esistenziale.

Rigetto e vomitevole passione insanabile.

Devota complicazione perdurante stillicidio di parole.

Remote verghe che sferzano la schiena invece del riposo.

Oniriche ossessioni e divagazioni notturne che smembrano gli organi interiori.

Della pelle assediata dalle ventose della sofferenza

rimangono segni rossi come baci di una strana possessione.

Soluzioni infinitesimali per un errore di percorso.

Soluzioni piene di incognite per un percorso senza errori.

Temporali crudeli non accennano a lavare il dolore

e la terra sembra gioire nonostante il nostro dissenso.

Lavata solo dalle lacrime, pulisco il mio senno

da ogni ragione che mi fa dubitare.

Il volto rimane uguale, lo spettro anche,

il fantasma è sempre all’opera

e non muta il suo sguardo senza pietà.

Nuda la mia coperta di capelli

che rimane sparsa sul mio letto disfatto,

e piene le mie mani di scolorite abluzioni.

Rischiaro l’alba perchè tu ci sei dentro

e rimani nel mio buio.

IL CANTO DEL CORVO

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Sotto le radici nere del cuore, radici , stroncate, volutamente schiarite, ripulite;

il corvo realizza la sua guarigione muovendosi sul raccolto del giorno

separando semi cattivi dai buoni, svolazzando come un servo prezioso

sul mantello dell’aria postando pezzi di vento rilucenti di ossessioni.

Là dove la ferita pullula di sofferenza inaudita

là il corvo mette i suoi artigli e i brandelli di carne volano,

le rive si colorano di azzurro e il ponte si schianta sul fiume.

Non c’è un passo che io possa dare senza che tu dia un passo.

Non c’è un passo che io possa concedere senza che tu conceda un altro passo.

Stinte le guance fino alla pelle, stinte le pupille fino alle stelle

dove può arrivare il mio sguardo che cammina lento

arriverà la tua distanza di stanotte.

Prendimi e agita le tue ali sediziose dentro il mio buco stellare

poichè nei voli dei pianeti è scritto che non dobbiamo ancora perire.

Non c’è passo che io possa fare senza che la tua mano si muova insieme al mio piede.

Non c’è passo che io possa concederti senza che tu conceda la stessa direzione alla mia mano.

IL MIO REGNO PER UN TUO SORRISO

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Se possedessi una singola pietra

io non mi ci siederei sopra.

Se possedessi un solo albero

non mangerei i suoi frutti.

Se possedessi una casa

io non mi riparerei sotto il tuo tetto.

Se possedessi te stesso

io non ti toglierei a te.

Pur di non disturbare la tua vita

cambierei la direzione alla mia strada.

Se possedessi un segreto

non potrei non confessartelo.

Se avessi un ricordo nel cuore

scomparirebbe subito ad un tuo sguardo.

Se io fossi capace di sparire davvero

non ti ferirei restando qui.

Pur di non disturbare la tua vita

io andrò altrove cosicchè tu possa

sentirti al sicuro dalla mia tempesta.

Se avessi un regno intero

darei fino all’ultima briciola

per vedere un tuo sorriso.

Ogni addio è un tir che mi viene sopra

e lascia di me solo la forma del tuo viso

sopra i miei occhi.

ESOSCHELETRO

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Vegliavi dentro il mio esoscheletro,

ogni giorno, ogni notte, ogni secondo della mia vita.

Vegliavi per aspettare nell’ombra come una trappola nascosta nell’armadio.

Il boogieman che attende la buona occasione per venir fuori e spaventare.

Quanto hai dovuto aspettare in quel buio dove ti avevo messo?

Scordare un empasse di questo genere ha richiesto un poderoso sistema di controllo.

Scordare il fine del tuo terribile male sopra la mia anima

è stato rischioso e mi ha portato al collasso.

Non oso guardarti, sei ancora dentro la mia pupilla.

Non oso vederti, sei ancora al di fuori della mia portata.

Hai rischiato di essere rimosso,

ma non hai perso mai un solo mio passo

per starmi dietro come il peggiore inseguitore

instancabile.

Non hai mai ceduto un centimetro

per quel richiamo di ciò che è dominio

e il cui sapore mi è ancora del tutto sconosciuto.

 

LE FERITE DEL GHIACCIO

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Brecce, serracchi, fessure, fratture, ferite in quel ghiaccio eterno

dove io dormo senza dormire.

Appaiono ogni tanto ombre,

ma rimangono ombre soltanto.

Il freddo grida nel vento,

la mia carne gela senza il calore

di quella mano che diceva di regnare su di me.

Gli occhi non vengono bendati e vedono tutto.

Le mani non vengono legate e fanno tante cose.

Il cuore non viene sedato e scorre via nella sera.

Anima pesante in una veste leggera,

che muove i passi per danzare una danza di ombre.

Gli uomini sono ombre, rimangono sul muro,

non toccano mai il pavimento

per unire i loro passi ai miei.

Uomini inconsistenti, inermi, fraudolenti.

Quel ballo che le notti agognano

diventa solo agonia per me.

Ma cosa aspettarsi da miseri esseri

che non sanno sentire altro che bisogni fisici?

Cosa aspettarsi da lemuli dalle corazze ben definite

e dai fremiti invisibili che non fanno altro che nascondersi

nella sabbia delle loro misere vite?

Quanti cadono nella fossa

prima ancora di attraversare il ponte!

E quanti rimangono nello stagno

in cui hanno cresciuto così bene

le loro infime passioni

e vengono a supplicarmi di legarli

col filo e col dolore!

Non sono degni nemmeno

del nome che cercano di darsi:

schiavo è solo colui che non sa di esserlo!

( Copyright della poesia di Amleta Bloom)

DUE MONDI SCONOSCIUTI

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Lei lo guarda, si chiede cosa abbia in testa di farle fare adesso.

Lui la guarda, si chiede se lei abbia capito quanti guai ci sono nella sua vita.

Lei lo guarda e aspetta che lui si decida a darle ciò che lei desidera.

Lui la guarda e sta pensando a cosa lo aspetta appena tornerà a casa.

Lei lo guarda e si chiede se lui sia veramente attratto da lei.

Lui la guarda e si chiede se lei stia pensando solo a lui e non ad un altro.

Lei lo guarda e si chiede se lo conosce davvero.

Lui la guarda e vede negli occhi di lei così tanto abbandono che quasi si sente da meno.

Lei lo guarda e sa che potrebbe fare di tutto, anche cose impensabili per lui.

Lui la guarda e non sa cosa dire alla moglie come scusa per la sua assenza del pomeriggio.

Lei lo guarda e immagina di poter essere sua ogni giorno.

Lui la guarda e si chiede perché il destino non gli abbia fatto incontrare lei prima di quella che ha sposato.

Lei lo guarda e si chiede se lui la vorrà ancora come schiava.

Lui la guarda e si chiede se sua moglie non abbia già capito qualcosa.

Lei lo guarda e sospira, aspetta ancora quel gesto, aspetta la sua forza.

Lui la guarda, sa che vuole farle molto male, sa che ha bisogno di lei e questo gli dà un peso al cuore.

Lei lo guarda, vuole liberarlo di quel peso, lei è pronta a subire, a sentire tutto il dolore necessario.

Lui la guarda e sferra il primo colpo.

Lei quasi viene per l’eccitazione.

Lui non si ferma, continua.

Lei ansima e non capisce più chi lei sia e cosa le succede e questa sensazione le piace moltissimo.

Lui continua e sente crescere l’eccitazione.

Lei sembra gemere e singhiozzare allo stesso tempo.

Lui si ferma e la guarda e pensa:

lei è così bella con quel viso così sconvolto dal dolore, sembra una bimba smarrita.

Lui lo guarda e sussurra: grazie Padrone.